Sergio Tossi, foto

Sergio Tossi: “Firenze non può prescindere da un’offerta artistica anche contemporanea. tante analogie tra sport e arte…”

Sergio Tossi si occupa di arte contemporanea. Ha gestito una galleria per diversi anni. Dopo una carriera da giocatore, allenatore, dirigente di basket attualmente ne scrive saltuariamente per il quotidiano La Repubblica. Queste le sue parole a Sporteams.

Uno sguardo al mercato dell’arte contemporanea in questo momento. “Il mercato è in un momento difficile, complesso. Nella fascia molto alta e internazionale le quotazioni esplodono, si assiste ad aste con rialzi clamorosi, anche per artisti viventi ma di una ristretta cerchia di “superstar” e contemporaneamente una fascia medio bassa che soffre, per la disattenzione della critica, per un cambio nei gusti, anche se, in definitiva, tutto nasce dalla crisi economica che ha escluso un’ampia fascia di acquirenti/collezionisti. Ha influito anche l’avvento di un’arte concettuale, spesso non immediatamente comprensibile e poco gratificante visivamente, difficile da inserire in contesti domestici rispetto a fotografia o pittura”.

Cosa si potrebbe fare per promuovere l’arte contemporanea nella nostra città? “Il discorso tra Firenze e l’arte contemporanea non si può semplificare. Dal punto di vista dell’offerta pubblica c’è stato un innalzamento del livello con grandi nomi nei contesti di piazza Signoria e Forte Belvedere o nei locali nobili di Palazzo Strozzi. In alcuni casi però è stata catapultata quasi con violenza nel tessuto urbano provocando le consuete polemiche sul rapporto con l’arte storica, con i monumenti preesistenti. Polemiche anche comprensibili : il dibattito può fare bene e aumentare l’interesse. Si dimentica però troppo spesso che il patrimonio artistico fiorentino non si deve ad un solo periodo ma è frutto di una stratificazione nei secoli. Ciò sottintende che, almeno in forma temporanea, un dialogo tra arte contemporanea e patrimonio storico sia possibile e proficuo. Una città come Firenze non può prescindere da un’offerta artistica anche contemporanea. Forse ciò che manca davvero è uno spazio fisico, architettonicamente coevo, dedicato al contemporaneo.

Un dialogo quindi non impossibile. “Credo che una sana provocazione, o ciò che tale viene considerata, possa rendere vitale il dibattito culturale. Penso anche che Novoli, dove si sta spostando il baricentro della città è potenzialmente una zona in grado di ospitare uno spazio dedicato esclusivamente al pensiero recente di tutte le arti. Se Firenze vuole migliorare la qualità del turismo deve differenziare quindi valorizzare anche altre zone della città : la nostra periferia, rispetto ad altre città, non è così degradata ed è molto vivibile. Ex3, che ho gestito dal 2009 al 2011, poteva essere d’esempio perché simile alle kunsthalle tedesche o ai Frac francesi. Una struttura leggera, aperta al lavoro delle ultime generazioni di artisti, sia locali che internazionali : decisamente “glocal” e fortemente interdisciplinare. Non si è dato seguito a questa esperienza ma ci si può riprovare”.

Oltre all’arte, una delle tue passioni è lo sport. “Mi sono sempre occupato di sport, principalmente basket : da giocatore, da allenatore, da dirigente e poi, dopo anni di “relax”, scrivendone su Repubblica e su qualche rivista di settore. Con un approccio non strettamente giornalistico ma da commentatore, cercando di scovare i temi nascosti dello sport, gli aspetti emotivi e sociali dello sport che spesso travalicano la parte strettamente tecnica. Più per raccontare delle storie che delle partite. Ogni sport è un microcosmo nel quale si intrecciano vicende. Una storia che mi è rimasta impressa? Ce ne sono molte. Ma avendo seguito le vicende della Mens Sana Siena, quella che ritengo più significativa è quella dell’anno del primo fallimento. Di fronte ad una brutta storia nata fuori dal campo, grazie a Marco Crespi, un allenatore-filosofo a cui sono legatissimo, i giocatori hanno sfiorato la vittoria dello Scudetto, perso per un canestro mancato forse per un centimetro. E’ stata la dimostrazione di come si possa reagire umanamente e sportivamente a circostanze avverse. In qualche modo è stata una sconfitta più bella di tante vittorie ottenute per manifesta superiorità. Crespi racconta come dopo l’ultima partita, al rientro notturno dalla trasferta di Milano, ci fossero centinaia di tifosi ad atenderli per accompagnare la squadra, tristemente ma orgogliosamente, fino in Piazza del Campo in un corteo muto che solo a raccontarlo fa tornare i brividi. Una comunanza tra città, tifosi e squadra incredibile.

Come mai Firenze non riesce ad appassionarsi al basket? “Manca proprio di quella spinta emozionale e passionale che hanno avuto Siena e Pistoia, unica toscana rimasta nella massima serie. Firenze è calcio-centrica però avrebbe delle possibilità importanti. Ci sono molte società che hanno buoni e numerosi settori giovanili. Ci sono stati tanti tentativi di ricostruire squadre per tornare in A ma sono state operazioni troppo ragionieristiche, senza una costruzione dal basso. Manca anche quella struttura di medio livello che sarebbe essenziale per la crescita del movimento. Un impianto adatto e moderno, da 1500-2000 persone. Sarebbe importante come concentrare le energie e forse quest’anno, con la fusione di Pino e Fiorentina Basket qualcosa si è mosso in questo senso. Servirebbero imprenditori locali per investire a medio e lungo termine sul basket. Siena ha vissuto i suoi fasti perché aveva uno sponsor, e che sponsor, legatissimo al territorio. Pistoia ha seguito un modello diverso: non avendo un unico imprenditore munifico  ha costruito un consorzio  che è riuscito a mantenere negli anni un buon livello tecnico ed una parsimoniosa ma costante conduzione economica. Un’idea da importare potrebbe essere quella della polisportiva. Con quello che si spende per un unico giocatore da Fiorentina, paradossalmente, si potrebbe costruire una buona squadra di A2 ed un adeguato settore giovanile. Con i Della Valle non è stato possibile, magari ci penserà “l’americano” Commisso.

Arte e sport: un binomio impossibile? “Ho fatto il direttore sportivo della Fides Montevarchi, dopo aver fatto l’allenatore, specie di squadre giovanili, per diversi anni. Ho pensato spesso: ho avuto per anni una galleria d’arte e mi sono domandato cosa ci fosse in comune tra le due cose. In entrambi i campi, quotidianamente, devi confrontarti con personalità, caratteri e talenti differenti : devi cercare di estrarne il meglio e farli stare insieme, cercare la chimica giusta. Allenando le giovanili la cosa più interessante era formare tecnicamente e umanamente i ragazzi e insegnar loro a fare squadra senza snaturarsi. È complicato e non sempre funziona, per quanto si possano avere schemi e competenze, ed è necessario il supporto della società, la sua organizzazione. Quando alleni le giovanili è bello vederli crescere in maniera progressiva. Ma uno dei maggiori errori di molti tecnici (e di chi ne pretende immediati risultati) è che si lavora poco sui fondamentali concentrandosi su schemi e tattiche, a volte anche a scapito di una sana cultura sportiva; alcuni giocatori sembrano forti a 15/16 anni ma quando crescono e devono fare il salto di qualità gli mancano proprio i fondamentali, tecnici e umani, e la (presunta) carriera si arresta ancora prima di cominciare. Riflettiamoci”.

“Ho avuto per anni una galleria d’arte e mi sono domandato cosa ci fosse in comune tra le due cose. In entrambi i campi, quotidianamente, devi confrontarti con personalità, caratteri e talenti differenti : devi cercare di estrarne il meglio e farli stare insieme, cercare la chimica giusta”.

Sergio Tossi
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